Il mezzo amerikano di Montenero

"Qualcosa non quadrava nel rapporto tra il consolato Usa di Milano e il pool Mani pulite. Con me tutto questo cessò. Nell’intento di combattere la corruzione i magistrati di Milano violavano sistematicamente i diritti di difesa degli imputati in modo inaccettabile per una democrazia. La classe politica si stava sgretolando ponendo rischi per la stabilità di un nostro alleato strategico nel bel mezzo del Mediterraneo”.
3 AGO 20
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"Qualcosa non quadrava nel rapporto tra il consolato Usa di Milano e il pool Mani pulite. Con me tutto questo cessò. Nell’intento di combattere la corruzione i magistrati di Milano violavano sistematicamente i diritti di difesa degli imputati in modo inaccettabile per una democrazia. La classe politica si stava sgretolando ponendo rischi per la stabilità di un nostro alleato strategico nel bel mezzo del Mediterraneo”. Inizia con questo virgolettato in prima pagina l’intervista, pubblicata postuma ieri sulla Stampa, realizzata un mese fa a New York da Maurizio Molinari all’ex ambasciatore americano in Italia (1993-’97) Reginald Bartholomew. “Ci vedemmo a cena da Felidia a Manhattan e Bartholomew incominciò subito a raccontarmi di Tangentopoli e del terremoto politico-giudiziario che trovò al suo arrivo in Italia – racconta Molinari – Da quel momento ho cominciato a cercare i documenti dell’epoca e i protagonisti ancora in vita. Primo tra tutti l’ex console generale Usa a Milano Peter Semler, a cui Bartholomew attribuiva un ruolo chiave nell’iniziale sostegno americano all’inchiesta di Antonio Di Pietro.
Racconta l’ex ambasciatore: “L’Italia politica era in fase di disfacimento, il sistema stava implodendo a causa di Tangentopoli iniziata l’anno precedente e io mi trovai catapultato dentro tutto questo quasi per caso”. “Era la stagione di Mani pulite – dice Bartholomew – un pool di magistrati di Milano che nell’intento di combattere la corruzione politica dilagante era andato ben oltre, violando sistematicamente i diritti di difesa degli imputati in maniera inaccettabile in una democrazia come l’Italia, a cui ogni americano si sente legato”. “La classe politica si stava sgretolando ponendo rischi per la stabilità di un alleato strategico nel bel mezzo del Mediterraneo”.
“Secondo Bartholomew – scrive Molinari – qualcosa nel Consolato a Milano ‘non quadrava’. Se fino a quel momento il predecessore Peter Secchia aveva consentito al consolato di Milano di gestire un legame diretto con il pool di Mani pulite, ‘d’ora in avanti tutto ciò con me cessò’”. Fra le iniziative di Bartholomew ci fu “quella di far venire a Villa Taverna il giudice della Corte suprema Antonin Scalia, sfruttando una sua visita in Italia, per fargli incontrare sette importanti giudici italiani e spingerli a confrontarsi con la violazione dei diritti di difesa da parte di Mani pulite”. “Nessuno obiettò quando Scalia disse che il comportamento di Mani pulite con la detenzione preventiva violava i diritti basilari degli imputati”, andando contro “i principi cardine del diritto anglosassone”. Quando, luglio 1994, Bill Clinton arriva in Italia per il G7, in coincidenza con i lavori, Mani pulite recapita al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi un avviso di garanzia. La reazione di Bartholomew è molto aspra. “Si trattò di un’offesa al presidente degli Stati Uniti, perché era al vertice e il pool di Mani pulite aveva deciso di sfruttarlo per aumentare l’impatto della sua iniziativa giudiziaria contro Berlusconi”. “Gliela feci pagare a Mani pulite”.
L’ambasciatore Usa all’epoca non ebbe incontri con i giudici del pool, “neanche con Antonio Di Pietro”. Si dedicò a tessere i rapporti con le forze politiche emergenti. “D’Alema mi chiamò al telefono, gli dissi di venirmi a trovare e lui, dopo una certa sorpresa, accettò; quando lo vidi gli dissi con franchezza che il Muro di Berlino era crollato, quanto avevano fatto e pensato i comunisti in passato non mi interessava, mentre ciò che contava era la futura direzione di marcia, se cioè volevano essere nostri alleati così come noi volevamo continuare a esserlo dell’Italia”. Nacque un rapporto solido, continuato in futuro”. “Con Romano Prodi fu tutto complicato dal fatto che, quando diventò premier nel 1996 del primo governo di centrosinistra della Repubblica, voleva a tutti i costi andare al più presto da Clinton, ma la Casa Bianca in quel momento aveva un altro calendario, e Prodi se la prese con me”. Per tentare di riconquistare il rapporto personale con il premier “dovetti andare una domenica a Bologna, farmi trovare nel suo ristorante preferito e allora finalmente mi parlò, ci spiegammo”. Con Berlusconi: “La prima volta che ci vedemmo lo aspettavo all’ambasciata da solo, si presentò assieme a Gianni Letta, voleva il mio imprimatur per la sua entrata in politica e gli risposi che toccava a lui decidere se essere ‘King’ o ‘Kingmaker’”, ma l’osservazione colse in contropiede Berlusconi, “che diede l’impressione di non sapere cosa significasse ‘Kingmaker’ e dopo essersi consultato con Letta mi rispose ‘Kingmaker? Noooo’”. “Nei mesi seguenti, girando l’Italia, mi accorsi che aveva largo seguito, sebbene personaggi come Eugenio Scalfari, direttore di Repubblica, mi obiettavano che non potevo capire molto di politica italiana essendo arrivato solo da pochi mesi”.